Appena finito di leggere, e premetto che in alcuni casi ho dovuto interrompere e un po’ staccare e dedicarmi a altro per prendere distanza e lasciar digerire quello che avevo appena letto. Quando ho proposto questo libro per il club sono stata spinta sicuramente da miei interessi personali, dai miei studi, ma soprattutto da curiosità verso le parole qualcuno che la “follia” la prova tutti i giorni. Alla fin fine credo che il titolo sia azzeccato, lo sbilico è proprio questo essere totalmente sballottati al di qua o al di là di un limite invisibile e sottilissimo, quello che c’è tra l’essere agganciati al principio di realtà e il non esserlo. Trovo notevole il fatto che l’autore sia in grado di parlare della sua malattia e di descriverla con questa lucidità, ma come spesso racconta anche questa sua capacità di analisi di qualsiasi cambiamento fisico e umorale in fin dei conti può essere considerata frutto della malattia stessa, da un certo punto di vista è un libro ombelicale, concentrato sulla percezione deformata della realtà per la maggior parte del tempo. Come molti hanno raccontato già, alcune cose le ho trovate estremamente disturbanti, nel mio caso per esempio il capitolo in cui racconta la nonna che gli scuoiava i conigli davanti è risultato quasi illeggibile, di una crudezza un po’ senza senso (eh lo so, con gli anni sono diventata una mammoletta e non sopporto un sacco di cose). Il finale anch’io l’ho trovato estremamente poetico, mi ha dato l’impressione di voler dare una sorta di chiave di lettura, il libro si conclude con il suo voler rimettere insieme il corpo spezzettato del fratellino morto, e in conclusione di farlo rivivere attraverso le sue carte, facendolo diventare appunto una farfalla da portare a casa per ristabilire l’unità andata persa. Come il corpo del fratello morto anche il suo interno sembra essere spezzettato, e voler ricomporre l’unità dei tre fratelli al cospetto della madre è un po’ come cercare di ristabilire un intero al suo interno, come se l’unità esterna potesse in qualche modo aggiustare il suo essere rotto internamente. Altro discorso è il personaggio della madre, amata e odiata, ancora di salvezza e donna da cui scappare a Milano, lei stessa vittima degli avvenimenti della sua di vita.
In conclusione non riesco a dire se mi sia piaciuto o no, l’ho affrontato come un esperimento e un viaggio all’interno di una mente non sana, e secondo me il fatto che sia un romanzo e che pertanto sia stato in qualche occasione adattato, come dice l’autore alla fine, non toglie nulla alla veridicità delle parole, anzi forse proprio questa forma gli ha permesso di esprimersi con più libertà, tenendo anche le parti più estreme o disturbanti, senza però la pretesa della precisione analitica e asettica dell’articolo scientifico.