Dove nessuno ti troverà - Discussione

Eccoci, un paio di giorni di ritardo quindi nella media :slight_smile:
Ho trovato il libro interessante, un romanzo storico basato su questa figura realmente esistita, una descrizione della Spagna agli albori della dittatura franchista, post guerra, con tutti i problemi politico-sociali che ne conseguono.
Le parti più interessanti erano quelle del racconto diretto, quasi un flusso di coscienza, da parte della “Pastora”, 40 e più anni di storia di una provincia spagnola dura, povera e spietata. Racconti che inquadrano bene una disforia di genere che oserei dire anche indotta dalla madre che rifiutava quel figlio maschio così “strano” (o che lo ha fatto per non mandarlo in guerra?).
Le parti di Nourissier ed Infante che dovrebbero essere la parte più di “azione” del libro alla lunga stancano, mi sono trovato in più di un’occasione a leggere mangiandomi parole e righe per quanto volevo sbrigarmi a finirle (posto poi dover tornare indietro e fare il doppio della fatica :expressionless: ).
Il plot twist finale aggiunge qualcosina ma rimangono più interessanti le note finali sulla vita post arresto della Pastora, una persona che tendenzialmente voleva solo vivere la sua vita senza troppi fastidi, un po come tutti.

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Il libro non è certo un capolavoro ma, almeno per me, ha alcune caratteristiche che ho trovato interessanti. Come devo avere già scritto la Spagna, la sua storia e la sua cultura sono da molto tempo tra le mie fisse. Ho anche letto tutti i libri dell’autrice della serie di Petra Delicado. Ma, quando si dice i casi della vita, ho avuto la fortuna di conoscere, anche se superficialmente, Gogliardo Fiaschi [Gogliardo Fiaschi - Wikipedia] che - come la Pastora - ha combattuto negli anni '50 il franchismo e per questo si è fatto quasi 20 anni di galera tra Spagna e Italia. E, partendo da queste premesse, ho letto una storia davvero originale.
Tra le cose che ho apprezzato c’è la capacità dell’autrice di mescolare storia e finzione in modo equilibrato, evitando di inquinare troppo (come succede a volte) vicende realmente accadute con la fantasia di chi scrive. Il racconto nel racconto, quello della strana coppia che cerca di incontrare la Pastora è solo un espediente per raccontare una incredibile storia vera. Ma, anche eliminando tutte le parti riprese dalla biografia della Pastora (quelle stampate in corsivo), il libro funzionerebbe lo stesso.
Il libro ha anche il pregio di provare a descrivere la realtà della Spagna periferica in un particolate momento storico. Se a questo aggiungiamo le tematiche di “genere” della protagonista che poi diventa il protagonista abbiamo anche qualcosa di molto attuale.
Un difetto è il “colpo di scena finale” nel senso che, a mio parere, non era necessario ma (forse) l’indole “poliziesca” dell’autrice ha preso il sopravvento.
Ho poi un dubbio, ma di tipo storico-politico, a proposito del “nome di battaglia” che viene dato alla Pastora. Nel testo viene detto che era soprannominato “Durruti”, il più noto anarchico spagnolo di sempre [Buenaventura Durruti Domínguez | Real Academia de la Historia] il che mi sembra strano visto che la formazione guerrigliera nella quale entra la Pastora era di matrice comunista e, specialmente in Spagna, tra anarchici e comunisti non è mai corso buon sangue.

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Concordo che il modo di non mescolare troppo la realtà e la finzione è forse il lato che ho apprezzato di più.
Anche se è vero che le avventure di Infante e Nourissier alla fine altro non sono che una cornice per una storia incredibile, diciamo che alla seconda lettura la cornice in certi momenti è stata un po’ troppo barocca per me, noiosa, non mi ricordavo neppure del tradimento finale.
La parte in corsivo è quella che mi è rimasta in mente per anni: “…se ridi di qualcuno che non può fare niente per difendersi, viene un giorno che quel qualcuno ti fa del male per davvero” o " Non è che stavo bene, ma almeno ero già abituata a certe cose che gli altri neanche si immaginavano" “…mi sono risposta di no, mi conveniva restare viva, starmene in montagna con le mie pecore,vedere l’alba, bermi qualche cognac, ridere alle feste. No, morire no, non valeva la pena. E non mi sono fatta ammazzare.”
Il modo in cui usa alternativamente pronomi maschili e femminili per definirsi, come una costrizione a rendersi comprensibile.

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Ho trovato il libro bello e scorrevole in molte parti, forse un po’ troppo lunga e ripetitiva la parte delle testimonianze sul banditismo. Inoltre, se all’inizio l’espediente di alternare un capitolo della biografia della Pastora ad un capitolo della ricerca del medico e del giornalista poteva sembrare originale (perché alle testimonianze della gente faceva da contraltare la testimonianza diretta del protagonista dei fatti), a lungo andare mi è risultato difficile seguire il filo del discorso (specie se riprendevo la lettura dopo qualche giorno).
Ho iniziato il libro senza pregiudizi o informazioni, alla cieca e avevo intuito che il protagonista fosse reale ma arrivato all’epilogo finale e confermato che tutti gli episodi narrati dalla Pastora, nel suo monologo, provenivano dalla sua vera biografia (con tanto di pagina di wikipedia: è stata una politica, guerrigliera e antifascista spagnola della resistenza anti-franchista), mi ha reso un po’ strano lo scopo di questo libro, che oltre a narrare eventi storici eccezionali provava ad invitare alla riflessione su questioni più ampie come l’identità, la scelta e la responsabilità individuale con l’introduzione di due personaggi inventati che si scontravano con le loro differenze culturali in una Spagna degli anni '50 . Sicuramente apprezzabile lo sforzo ma è indubbio che è un parte minore rispetto alla storia della Pastora.

In una Spagna che, mentre tentava con la guerriglia di abbattere il franchismo, sembra fatta solo di vendette, rancori, inganni, delazioni e crudeltà, dove gente di lì non vedeva alcuna speranza nel proprio futuro, ecco che vengono introdotti questi due personaggi che si mostrano in tutte le loro fragilità ed evoluzione.

In questo ambiente, Nourissier, lo psichiatra francese, si scopre essere come un bambino viziato, costretto in una vita che non aveva mai davvero scelto ma che ci si è trovato a vivere e ad accettare. Permeato in un ambiente ricco, di cultura, di onestà, rispettabilità e dedizione alla famiglia, tutti i suoi principi e valori gli sono stati dati dal suo ambiente. Ora invece tutte quelle storie truculente di violenza, passione, odio e morte l’avevano come sradicato, trasportato in uno stato d’animo del tutto diverso da quello che conosceva. In un momento di profonda riflessione esistenziale, Nourissier arriva infine a considerare la sua vita precedente come superficiale e inutile.

Mentre per Infante, il giornalista spagnolo, il cambiamento è più chiaro nel finale quando si scopre che aveva tradito il dottore con la sua connivenza con la Guardia Civil, per poi pentirsene. Se prima viveva con indifferenza nei confronti del mondo con lo scopo di ritrovarsi al riparo da qualunque dolore e vivendo così la sua vita con la filosofia del “se non speri in nulla, nulla ti deluderà”, grazie alla inaspettata amicizia con il medico francese capisce che che non si può rimanere immersi nel fango per tutta la vita. Insomma un vero e proprio percorso di cambiamento e di redenzione e finirà con il voler espiare le proprie colpe andando a costituirsi.

Il personaggio della Pastora, invece, è il più forte del libro e il più triste. Per colpa di una scelta scellerata della madre che, alla sua nascita per colpa di una malformazione, scelse di dichiararla femmina (per evitare future discriminazioni) la sua vita è sempre stata permeata di solitudine, cosa che la porterà a vivere bene tra i monti tanto che diverrà suo malgrado protagonista di imprese ardite e un mito della leggenda popolare: il mistero sulla sua vera identità (una donna che si traveste da uomo per non farsi trovare) e sulle sue vere intenzioni (partigiana o bandito?) è accusata di 29 omicidi ma alla fine si scopre che non ne aveva compiuto neanche uno. Ma questa solitudine la porta anche a cercare amicizia nelle bande partigiane guerrigliere perché ricchi di quel valore che non trovava tra amici e parenti. Per i partigiani, per il partito, tutte i compagni, tutte le persone hanno pari dignità e meritano rispetto. Alla fine, nonostante le avversità e i pericoli, raggiunge la veneranda età di 87 anni che non è niente male per una persona che è vissuta per metà vita da sola sulle montagne e una buona parte in prigione da dove ne uscì solo grazie all’amnistia proclamata dopo la morte di Francisco Franco nel 1977.
Forse, più che la Pastora, era più il suo amico Francisco a dover essere psicoanalizzato per la sua efferatezza e crudeltà che si scatena quando si sente braccato e costretto ad abbandonare la sua famiglia e le sue figlie.

Si lo penso anche io, il finale con rivelazione mi è risultato inaspettato anche perché inutile.

Perché evidentemente era una parte inutile ai fini del racconto.

Si è vero, ho apprezzato le gag tra di loro. Solo la lunghezza delle loro indagini erano un po’ noiose.

Si esattamente, infatti mi è venuta la curiosità di leggere la biografia da cui ha preso spunto questo libro.

Si vero e pensare che i fatti sono ambientati oltre 70 anni fa quando questi argomenti, immagino, fossero tabu, e questo spiega perché solo pochi tra amici e parenti riuscivano a comprendere la sua situazione.

Mi trovo d’accordo anche qui: parti interessanti ma quando iniziano ad essere troppe alla lunga annoiavano.

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Parto col premettere che sono appassionata di romanzi storici, specie se si tratta di/prende spunto da storie vere e del periodo in cui è ambientato questo, motivo per cui l’ho letto tutto d’un fiato. Alcuni degli episodi che riguardano Infante e Nourissier sono, anche secondo me, ripetitive e noiose, tanto che alcune le ho già rimosse. Del personaggio di Nourissier mi ha lasciata perplessa il fatto che, nonostante avesse una mentalità abbastanza aperta (dovuta, immagino, al suo lavoro) solo dopo settimane in cui era immerso in quella realtà ha capito che il suo stile di vita era un privilegio e non la normalità.
Della Pastora ignoravo l’esistenza quindi ho apprezzato tutto del racconto della sua vita. È possibile che, come si chiede Twisterrm, la madre l’abbia spinto ad essere “femmina” per evitargli di andare in guerra, ma non credo sarebbe comunque riuscito a vivere una vita “normale” considerando il modo in cui erano viste le persone che avessero una qualsiasi malformazione in quel periodo storico, figurarsi dubbi sull’identità di genere!

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Ho apprezzato, il romanzo pur senza osannarlo, perchè mi ha dato modo di approfondire, con le dovute cautele, la peculiarità della storia spagnola e la sua guerra civile. Non avendo molto da aggiungere rispetto a quanto avete detto voi (mi accodo all’insofferenza per le parti noiose di ricerca da parte del duo, mi sono sembrate solo asservite alla necessità di avere capitoli per inserire le testimonianze di Pastora), metto solo 2 citazioni che mi sono sembrate belle finezze stimolanti da parte dell’autrice:

E talvolta la cosiddetta malattia mentale non è che la reazione logica a un mondo assurdo, spietato, caotico e brutale.

Posizione molto progressista (nello stessa disciplina psichiatrica non universalmente accettata)

Tutti abbiamo paura di tornare alla realtà quando ce ne siamo staccati per un po’. Le abitudini quotidiane ci sostengono, ma ci appaiono detestabili quando le guardiamo da fuori

Quanto cazz è vero!

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Il romanzo a me è piaciuto, nonostante ci siano stati momenti in cui la lettura è andata avanti con lentezza. Sono d’accordo con quanto detto, il colpo di scena del tradimento di Infante è stato inaspettato quanto secondo me inutile, dato che la conclusione del loro rapporto sarebbe stata la stessa anche senza la confessione dello spagnolo e delusione di Nourissier. Fin da principio il libro insiste sulle loro diversità, pertanto sarebbe stato difficile un proseguimento del loro rapporto finita la questione Pastora.
Ho letto questo libro in lingua originale, e ho notato che alcune espressioni nella versione italiana letta da Twisterrm sono state un pochino alleggerite, in effetti il linguaggio dei partigiani/banditi è abbastanza colorito, non mancano i “me cago en Dios”, prontamente alleggeriti in me ne frego (espressione che ricorda anche un po’ la narrazione e retorica fascista quindi forse un pochino stridente con l’effettivo pensiero dei personaggi (questa osservazione è di Twisterrm)).
La cosa però che mi ha affascinato di più in tutta la storia è sicuramente la Pastora, la sua vita è stata una continua difficoltà, fatta di solitudine e abusi di tutti i tipi, solo in età molto matura riesce a raggiungere un po’ di tranquillità. La sua resistenza non è stata tanto politica, quanto alla vita stessa in senso ampio, e questo un po’ mi ha commossa, tanto che finito il libro sono andata a cercarmi la sua biografia su internet e soprattutto le foto, volevo dare un volto a un personaggio che è soprattutto reale e poi letterario. Il suo essere reale è a mio avviso anche sottolineato dal suo atteggiamento verso gli avvenimenti che lo coinvolgono, sempre estremamente pragmatico.
Poi c’è una riflessione scaturita anche dalla mia esperienza personale, la stasi in cui i due cadono durante le ricerche l’ho trovata piuttosto realistica, capita che durante lavori di ricerca sia scientifici che umanistici ci si trovi in un vicolo cieco, non si sappia da che parte guardare per aggrapparsi a un esile filo che possa poi mandare avanti la ricerca stessa, anche io mi sono trovata ad avere lo stesso distacco e apatia di Nourissier in alcune occasioni di studio, e ho sentito un po’ mia anche la frustrazione che ne conseguiva nel loro rapporto.

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