Discussione su Il detective Kindaichi, libro di febbraio 2025.
Lo ho letto, mi è piaciuto ed ha interessanti punti, scusate ma sono incasinato di lavoro non do io il via stavolta
Discussione su Il detective Kindaichi, libro di febbraio 2025.
Lo ho letto, mi è piaciuto ed ha interessanti punti, scusate ma sono incasinato di lavoro non do io il via stavolta
Allora comincio io, visto che ho appunti scritti.
Certi libri li leggo solo per “fame”, non sono un appassionato di quelli che vengono chiamati “gialli” salvo casi particolari, tipo “Il nome della rosa” per capirci. Il libro non mi è sembrato una grande cosa anche se poi è scattata in me la sfida a scoprire il meccanismo che ha portato alle due morti e a un certo punto mi è venuto in mente un sistema per usare la corda del “koto” per chiudere la casa dall’interno e quindi qualcosa l’avevo capita ma sbagliata Non ho invece capito molto bene lo spiegone sulla meccanica del delitto/suicidio ma, dopo averlo letto due volte, mi sono annoiato e ho lasciato perdere. Mi ha dato un po’ fastidio la motivazione del delitto ma, soprattutto, che l’assassino sia stato talmente un uomo di merda da non avere nemmeno il coraggio per fare un seppuku (si scrive così?) come si deve. Ma quest’ultima considerazione forse esula dal giudizio complessivo sul libro che considero comunque scadente in generale soprattutto perché quando leggo cerco almeno un personaggio (non necessariamente il/la protagonista) verso il/la quale sviluppare almeno un minimo di identificazione. E in questo libro di personaggi con i quali identificarmi non ne ho proprio trovati.
L’ho trovato abbastanza piacevole per due motivi fondamentalmente, il primo è il fatto che la storia appare strutturata come una specie di matrioska: l’autore ricorda di quando, in seguito all’ordine di evaquazione del 1945 fu costretto a sfollare nel villaggio protagonista della storia, il prologo pertanto è in prima persona, l’autore racconta delle vicissitudini che lo portarono alla decisione di scrivere il romanzo. Poi si passa in terza persona, passiamo all’anno 1937, all’epoca dei fatti narrati dunque, e da qui si sviluppa la vicenda. A un certo punto ritorna in prima persona, all’epilogo, in cui non solo chiude il prologo ma introduce anche una documentazione ulteriore presa dagli appunti del dott. F, in cui viene ulteriromente spiegato l’accadimento dal punto di vista medico, stratagemma che rende la storia realistica, cosa inoltre già introdotta dal prologo dato che il villaggio nella prefettura di Okayama è il luogo in cui vive l’autore al momento della stesura del romanzo. Insomma tutto questo per dire che l’architettura del romanzo mi piace, rende un po’ più dinamico il raccontare la vicenda di cronaca nera. Il secondo motivo è che viene rispolverato un genere particolare, che è quello del delitto a porte chiuse, stanza chiusa dall’interno in cui viene consumato un omicidio, e qui si innesta un’altra storia in quella principale, entra cioè in scena il fratello minore del protagonista, che con le sue conoscenze complica la vicenda inventando un’altra storia da intrecciare con le reali motivazioni del fratello maggiore Kenzō. Un lavoro di ingegno sottile che viene smascherato solo da un’altra mente altrettanto ingegnosa. Alla fine la persona che conduce il gioco e muove le marionette a suo piacimento non è più Kenzō, quanto il fratello Saburō.
C’è da dire che in maniera abbastanza semplice Seishi Yokomizo riesce a farci rivivere l’atmosfera del Giappone rurale pre guerra, siamo infatti nel 1937 e l’ambientazione è appunto il villaggio di Yamanodani in cui domina l’antica casa degli Ichiyanagi, ultimi eredi di una famiglia di ricchi proprietari terrieri. A parte la storia in sè, quello che ho trovato interessante è stato inoltrarmi nelle relazioni familiari dei personaggi. A partire dal villaggio stesso, che in fondo odia la famiglia Ichiyanagi solo per il fatto di essere originari di un’altra zona, fino ai singoli parenti o acquisiti tali. Tutti hanno dei problemi, al giorno d’oggi sarebbe stata una classica famiglia disfunzionale, all’epoca invece situazioni e comportamenti del genere erano non solo tuttaltro che rari, ma anche accettati e soprattutto compresi, pertanto ci si poteva uccidere per la vergogna (ma questo risale a un antico retaggio culturale giapponese) e trascinare con sè la persona che l’ha o l’avrebbe causata, e per questo essere in qualche modo compresi dalla propria famiglia. Kenzō appare costantemente sulla soglia della psicosi, è ossessionato dalla purezza tanto da non poter sopportare una sposa non illibata. E qui si apre più che una finestra proprio un baratro sulla considerazione delle donne in quel tipo di società. La sposa doveva essere comunque illibata, confidava sulla comprensione del futuro marito che però per sua sfortuna si rivela un maniaco ossessivo. La società di quegli anni è totalmente governata e condotta da uomini, le donne sono o altere signore capofamiglia in assenza del marito, donne da vetrina, come Itoko, o totalmente ininfluenti e innoque come Akiko. Questa è una mia considerazione di pancia, non è che mi sorprenda poi molto constatare tutto questo, nel senso che ho abbastanza conoscenza della società giapponese odierna per sapere che le cose da quell’epoca non sono molto cambiate; certo ci sono state evoluzioni, ma conosco comunque giovani donne giapponesi “scappate” dalle famiglie di origine proprio per svincolarsi da un ruolo che sentivano troppo stretto. L’autore è ovviamente figlio del suo tempo, i personaggi sono figli del loro tempo, pertanto non ci può aspettare qualcosa di diverso. Il libro è interessante anche per questo, vivere quel periodo con tutte le sue complicazioni quotidiane e psicologiche.
Cose curiose che ho riscontrato, il personaggio di Kindaichi mi ricorda un po’ il personaggio L di Death Note, anche lui con l’aspetto spettinato e trasandato ma alla fine una mente geniale, per la serie le apparenze ingannano (è un po’ tutto il romanzo una critica all’ ipocrisia imperante nei rapporti sociali e un voler affermare che le apparenze ingannano sempre, o quasi); e poi anche il rapporto di kindaichi con la polizia locale, chiaramente non in grado di affrontare un dilemma così complicato, mi ha ricordato Sherlock holmes e il suo rapporto con Scotlandyard, la polizia sempre un passo indietro al detective privato (qui addirittura l’ispettore a un certo punto si arrende e ammette che non ci sta capendo nulla).
Sarà un mio problema, ma questo è il secondo libro ambientato in Giappone che leggo e faccio una gran fatica a ricordare i nomi dei personaggi, soprattutto perché alcuni sono molto simili tra loro. Se poi interrompo la lettura per una settimana, la situazione peggiora. Inoltre, ci sono tanti elementi della cultura giapponese che mi sfuggivano e solo alla fine ho scoperto che c’era un glossario nelle ultime pagine.
Questo mi ha portato a leggere sperando di capirci qualcosa, cosa che alla fine inevitabilmente accade, ma senza mai appassionarmi del tutto. Gli intrecci sembrano interessanti, e il colpo di scena del suicidio/omicidio è l’unico dettaglio che mi ha davvero sorpreso, forse perché ho letto il libro in modo troppo superficiale, senza soffermarmi a cercare una soluzione. D’altra parte, molti gialli presentano elementi che inizialmente sembrano fuori portata e poi vengono rivelati alla fine: sta all’autore renderli credibili e non farli sembrare una “supercazzola” (come il trucco usato per simulare la stanza chiusa). Francamente, in questo caso, le spiegazioni su come l’assassino sia arrivato a considerare anche il suicidio non mi sono risultate del tutto chiare.
A tratti, mi è sembrato un meta-romanzo giallo: sia nella spiegazione del delitto della stanza chiusa, sia nei numerosi riferimenti ai romanzi gialli a cui il complice aveva attinto. Non credo di essere l’unico ad aver notato diversi elementi meta-narrativi, soprattutto per il modo in cui il romanzo riflette sul genere stesso.
Il mistero della stanza chiusa è un tema classico del giallo, ma qui non viene solo utilizzato: viene analizzato e messo in discussione, evidenziando come spesso venga impiegato nella letteratura di genere. L’autore non nasconde le sue influenze, anzi, il romanzo è disseminato di richiami ai classici del mystery. Addirittura, il colpevole costruisce il suo piano ispirandosi a vari gialli, rendendo la storia non solo un’indagine, ma anche una riflessione sulle meccaniche del genere. A me è sembrato che questo romanzo non fosse soltanto un giallo, ma anche uno studio su come i gialli vengono scritti e strutturati.
A me il tenente Colombo
Giusto! Anche lui!
Purtroppo data la mole di impegni ho scelto di non rileggere questo libro; anche perchè, per dare il mio contributo sterile, lo ricordo con poco piacere.
Ho trovato l’enigma quasi impossibile da comprendere e la cosa si aggiunge all’amaro di una trama troppo sbrigativa e priva di pathos (se ben ricordo) in cui Kindaichi dopo 2 occhiate sommarie alla situazione arriva alla risoluzione in quattro e quattr’otto.
Per spezzargli una lancia, devo riconoscere che leggo poco i gialli e men che meno quelli giapponesi, a cui appunto si mescolano riferimenti culturali e storici molto lontani dalla mia persona: per dire, già solo la planimetria di una casa come quella del romanzo posso solo immaginarmela sulla base di film/serie tv che ho visto.
Che bello il conforto di almeno altri due lettori che hanno avuto problemi a capire il funzionamento del marchingegno, questo vuol dire che non sono solo
Eccomi!
Ero curiosa di leggere questo autore perché c’è stato un tempo che lessi parecchio libri sul genere delitto a porta chiusa, in primis il citato più volte in questo libro “la camera gialla”. Volevo riprendere in mano l’argomento ma esplorandolo da un altro punto di vista, ossia un altro continente.
Al termine della lettura la prima sensazione è stata un misto di sentimenti dove predominante era la delusione: perché mi è parso troppo simile ai fratelli occidentali nella modalità e perché non mi ha lasciata con il fiato sospeso nella suspance.
Ho lasciato sedimentare e la delusione è mutata in voglia di provare a leggere un altro libro della serie.
Cosa mi ha fatto cambiare idea? Innanzitutto è il primo scritto e fin da subito l’autore chiarisce che è proprio un omaggio ai libri che cita abbondantemente. Riuscire a stupire non è facile perché penso che lo stupore resti riservato al primo libro che si sia mai letto (nel mio caso proprio la camera gialla).
Non ho capito da sola il meccanismo ma avevo già mangiato la foglia che fossero morti da soli all’interno, per un omicidio/suicidio o per doppio suicidio. Quindi leggere lo svolgersi dei fatti non è stato così illuminante come speravo.
L’atmosfera del libro è “giapponese”, passatemi il termine, ossia come se tutti fossero garbati, poco rumorosi, ossequiosi, bello stereotipo mentale che io (e molti occidentali come me) mi sono creata. A tal proposito trovo molto interessante il commento di Lilith, mi hai dato parecchio spunti di riflessione e punti di vista a cui non avevo prestato attenzione.
E comunque pure io avevo poco chiaro il meccanismo, ho dovuto rileggerlo e riprendere più volte lo schemino della depandance per capire meglio.
Il detective invece non so, non è così ben delineato da avermi dato subito una solida impressione su che tipo di personaggio sia. È interessante che nel suo passato ci sia della droga, come a cercare un parallelo con Sherlock Holmes.
Ah giusto per la cronaca: sto iniziando Il detective Kindaichi e la maledizione degli Inugami
Anche a me un po’ ha fatto venir voglia di leggere anche la maledizione degli Inugami, vediamo se prossimamente riesco a trovare un po’ di tempo, nel frattempo devo però finire Persuasione
L’ho letto e mi è piaciuto di più, però non trovo connessione con l’ispettore. Mi resta una figura indefinita, caratterizzata sì ma in maniera così “normale” che è come se fosse un personaggio sullo sfondo.
Il che in effetti non è un male, quello che diviene centrale è la storia e le relazioni tra i personaggi e l’ispettore resta una figura secondaria. Non si impone con il suo ego, è sfumato