Sarà stata la pasqua o il trasloco affrontato ma credo di aver sbagliato libro ed averne letto un altro
lascio a voi la discussione così capisco ed in caso recupero ![]()
Ok, apro io le danze dicendo, con tutta onestà, che non ci ho capito nulla! Ho fatto fatica e riletto più volte alcuni passaggi ma non mi è servito a nulla e ho gettato la spugna. Credo sia la prima volta che mi capita (dopo i testii di fisica alle superiori) ![]()
Ok, a me è piaciuto molto. Mi soffermo solo sul racconto, perché in Italia ne esistono diverse edizioni e spesso Borges viene pubblicato in raccolte, quindi capisco @twisterrm per la confusione (mi dispiace non essere stato preciso nella descrizione). In ogni caso, anche se si tratta di un racconto breve, secondo me va riletto più volte per coglierne davvero i segreti.
Parto da una sensazione molto chiara: è un testo che pesa, e credo che sia voluto. Come ha detto anche @Rapita, la scrittura può risultare ostica. Il narratore usa un linguaggio estremamente formale, colto, a tratti arcaico. La prosa è densa, solenne, quasi soffocante. Ma forse è proprio questo il punto: Borges non vuole raccontare un’avventura dinamica, vuole farci entrare nell’esperienza mentale della Biblioteca. A parlare è un anziano bibliotecario quasi cieco, che ha passato la vita a vagare fra scaffali e gallerie identiche e che ora si prepara a morire. Anche la fatica del leggere, secondo me, imita quella dei viaggiatori della Biblioteca, che si perdono fra scale infinite, “insensate cacofonie” e “farragini verbali” cercando disperatamente un significato.
Anche la forma esagonale delle gallerie non è casuale. Dal punto di vista geometrico, l’esagono regolare è una delle poche figure capaci di tassellare perfettamente un piano, cioè di riempire uno spazio senza lasciare vuoti. Nel racconto, cinque dei sei lati dell’esagono sono occupati dagli scaffali, mentre il sesto si apre su un corridoio. Se le stanze fossero circolari o ottagonali, rimarrebbero spazi morti fra una sala e l’altra. L’esagono, invece, permette una continuità perfetta, quasi da alveare cosmico, ed è perfettamente coerente con l’idea di una biblioteca totale.
La struttura dei volumi è immutabile: 410 pagine, 40 righe per pagina, 40 caratteri per riga. Da qui il narratore pone due assiomi: la Biblioteca esiste da sempre ed è composta da soli venticinque simboli ortografici. La scoperta decisiva è che quei simboli generano tutte le combinazioni possibili. Questo significa che nella Biblioteca c’è tutto ciò che può essere scritto: la verità, l’errore, il passato, il futuro, la storia della nostra vita, la confutazione di quella storia, il catalogo dei cataloghi, e anche milioni di testi insensati.
Ed è qui che nasce il paradosso più affascinante. La Biblioteca contiene tutto, ma proprio per questo rende quasi impossibile trovare ciò che conta. Avere accesso teorico alla totalità del sapere non significa poterlo davvero raggiungere. Anzi, significa perdersi in un eccesso assoluto di informazione. È un’idea modernissima: tutto esiste, ma quasi nulla è reperibile.
Da questa scoperta nasce prima un’illusione di onnipotenza e poi la disperazione. I bibliotecari si convincono che da qualche parte esista il libro capace di spiegare il loro destino, o di giustificare la loro vita. Per cercarlo, milioni di persone abbandonano tutto e si mettono a vagare nei corridoi della Biblioteca, fino a provocare lotte, omicidi, fanatismi. Ma non capiscono che la probabilità di trovare proprio quel libro è praticamente nulla.
A quel punto nascono anche i comportamenti estremi: c’è chi distrugge i libri ritenuti inutili, chi spera di scremare la Biblioteca, chi cerca l’Esagono Cremisi, cioè il luogo dei libri magici e onnipotenti. Ma ogni tentativo è vano. La Biblioteca è talmente immensa che bruciare milioni di volumi non cambia nulla. E inoltre, proprio perché contiene ogni combinazione possibile, ogni libro distrutto sopravvive in innumerevoli varianti quasi identiche, diverse magari solo per una lettera o una virgola. In questo universo, la distruzione non riesce mai davvero a cancellare il testo.
Per questo nasce anche il mito del bibliotecario perfetto, colui che avrebbe letto il libro totale, la chiave e il compendio di tutti gli altri, fino quasi a elevarsi a una divinità.
Una delle idee più vertiginose del racconto è che nulla sia davvero privo di significato in assoluto. Una sequenza casuale di lettere potrebbe sembrare nonsense, ma forse in un’altra lingua, o in un altro codice (magari crittografico), significa qualcosa. Portando questa idea all’estremo, ogni sillaba pronunciata potrebbe essere il nome di un dio in una lingua sconosciuta. Borges apre così un abisso: il senso non è stabile, dipende sempre dal sistema in cui leggiamo.
Nel finale, il narratore descrive un’umanità ormai devastata da epidemie, eresie, discordie e suicidi. La specie umana sembra avviata all’estinzione, ma la Biblioteca sopravvive, “illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile”. È un’immagine potentissima, perché ridimensiona radicalmente l’uomo: noi passiamo mentre la struttura resta.
Se all’inizio del racconto compare uno specchio che “fedelmente duplica le apparenze”, non è solo un dettaglio scenografico. È un simbolo decisivo, perché introduce il dubbio che attraversa tutta l’opera: la Biblioteca è davvero infinita, oppure produce soltanto l’effetto dell’infinito attraverso la ripetizione? Non a caso alcuni vedono proprio nello specchio la prova che la Biblioteca non sia infinita davvero, perché un vero infinito non avrebbe bisogno di raddoppiarsi. Alla fine, il bibliotecario propone la sua soluzione al paradosso: la Biblioteca non sarebbe infinita nel senso di contenere un numero infinito di libri diversi, ma “illimitata e periodica”. Cioè priva di confini, ma fondata sulla ripetizione. Se un viaggiatore la attraversasse per sempre, troverebbe di nuovo gli stessi volumi, nello stesso disordine. E quel disordine, ripetuto all’infinito, finirebbe per diventare ordine.
La cosa che più mi affascina è proprio questa vertigine: il numero delle combinazioni materiali è finito, ma il numero delle interpretazioni sembra infinito. Ogni libro, pur essendo un oggetto chiuso e finito, si apre a una molteplicità sterminata di letture, lingue, codici, sensi possibili. In questo modo Borges trasforma la Biblioteca in qualcosa di più di un archivio: la fa diventare una metafora del linguaggio, del pensiero e forse dell’universo stesso.
Per immaginarla, a me vengono in mente anche certe immagini di Escher: scale che sembrano non finire mai, spazi chiusi che si ripiegano su se stessi, geometrie impossibili ma perfettamente coerenti. È proprio questa la sensazione che mi lascia il racconto: quella di uno spazio finito e insieme senza fine, dove ogni tentativo di orientarsi genera altro smarrimento.
Dopo aver riletto, per l’ennesima volta, il racconto di J.L. Borges sulla “Biblioteca di Babele” sono sempre più convinto che il punto fondamentale non sia tanto la struttura fisica della costruzione quanto piuttosto il suo contenuto. Non sono un esperto di critica letteraria ma sono sicuro che questa mia considerazione non è certo originale.
In Rete si trovano diversi bozzetti che provano a visualizzare le stanze, i corridoi, le scale e i pozzi della Biblioteca che, a dire il vero, non è che siano descritti in modo molto preciso dallo scrittore e che quindi rendono difficile visualizzare questa formidabile costruzione.
Al contrario i libri sono descritti in modo più preciso anche perché sono tutti uguali.
Senza farla troppo lunga sono convinto che Borges vuole sostenere che tutto quello che è stato e che sarà scritto è già stato scritto ed è contenuto nella Biblioteca, da sempre. Un modo fantastico ed elegante per dire che non esistono opere originali ma solo insiemi di lettere che - in alcuni casi - sono organizzare in modo da essere leggibili mentre nella maggior parte dei casi compongono pagine piene di parole senza senso, almeno senza senso per noi.
E quando leggo questo racconto mi viene sempre in mente una storia che è collegata, ma che non ricordo a chi attribuire, quella che sostiene che fornendo a una scimmia una macchina per scrivere o a molte scimmie molte macchine per scrivere, prima o poi da qualcuna di quelle verrà fuori un capolavoro della letteratura o una commedia di Shakespeare. In una serie della quale adesso non ricordo il titolo e non ho voglia di cercare c’è una scena proprio con numerose scimmie che “scrivono”.
Questa mia, poco originale, considerazione mi porta a due conclusioni diametralmente opposte. La prima sulla inutilità della scrittura che diventa solo una questione probabilistica e la seconda sulla gioia che si prova quando (tra le tante schifezze che vengono stampate) si trova qualcosa che ci piace. E la mia condizione di lettore si muove sempre fra questi due poli.
Di passaggio faccio notare che oggi la “scrittura probabilistica” è alla base - se non ho capito male - di tutti i programmi di cosiddetta “Intelligenza Artificiale” che sono quindi in ritardo di decine di anni rispetto alla felice invenzione di un misero essere umano. E questo mi fa alquanto piacere.
Ma infatti per me la cosa affascinante è che in teoria in quella Biblioteca c’è tutto lo scibile umano, tutte le scoperte e invenzioni future… ma sono inaccessibili a tutti. Avere tutto e al contempo niente per me è “filosoficamente” affascinante.
Se non erro era una delle prime formulazioni fu di Arthur Eddington ma si riferiva a tutti i libri del British Museum e poi non si sa come si arrivò a Shakespeare come oggetto della riproduzione casuale. Inoltre è una cosa citata spesso in tv, tra cui i Simpson e forse anche The Umbrella Academy.
Hai ragione non ci avevo pensato, il concetto si avvicina molto anche se la scimmia o la Biblioteca produce per puro caso qualcosa di sensato, mentre un modello linguistico produce per probabilità informata dai dati.