Devo essere sincero: inizialmente la scelta di questo libro non mi convinceva molto, soprattutto perché la mole di pagine mi sembrava impegnativa. Invece, una volta iniziato, mi ha letteralmente catturato e l’ho finito in una decina di giorni. Non griderei al capolavoro, ma è un romanzo che scorre bene, incuriosisce e tiene incollati alle pagine.
Non conosco approfonditamente la storia della Spagna e devo dire che sto imparando molto grazie alle proposte del nostro club (Dove nessuno ti troverà di Alicia Giménez-Bartlett e Come la vita di Paco Ignacio Taibo II). Ripercorrere quasi un secolo di storia spagnola, dalla guerra civile ai giorni nostri, attraverso gli occhi di queste quattro donne è stato affascinante. Avendolo letto in formato digitale, ho apprezzato molto la possibilità di evidenziare e cercare immediatamente i termini legati a feste, cibi, città e tradizioni spagnole, il che ha reso la lettura ancora più immersiva e agevole.
La vera protagonista silenziosa è la Singer, quella macchina da cucire che anche qui da noi è facile aver visto almeno una volta a casa di qualche nonna o in qualche paesino. Qui l’autrice la usa come “collante generazionale” tra Aurora, Agueda, Ana e Alba. È lo strumento che cuce insieme le loro vite, ma è anche custode di un terribile segreto legato alla bisnonna Aurora, un segreto che diventa simbolo di riscatto ma anche di un peso da portare,.
Il romanzo racconta la storia dal punto di vista femminile, mettendo in luce privazioni e maltrattamenti che, fino a pochi decenni fa, erano normalizzati o accettati con rassegnazione “perché così si era sempre fatto”. È impressionante vedere come certi comportamenti, oggi inaccettabili, fossero compiuti anche da persone in buona fede, vittime della mentalità del tempo.
Un aspetto particolare che non si può non notare è la struttura temporale: la storia non segue una linea dritta, ma salta continuamente avanti e indietro nel tempo, spaziando dagli anni Venti fino ai giorni nostri (2022) e alternando le voci delle diverse protagoniste. Anche se all’inizio seguire questi intrecci non sequenziali può sembrare una sfida, ho trovato che questo meccanismo sia fondamentale per tenere viva l’attenzione. È come comporre un puzzle in cui i segreti del passato vengono svelati poco a poco per dare senso al presente, rendendo la storia molto più completa e “rotonda” alla fine.
Ho letto recensioni di lettori che trovavano questi continui salti pesanti o che faticavano a capire chi stesse parlando. Tuttavia, il segreto è stato non soffermarsi troppo sull’intestazione del capitolo, che indica nome e anno, ed iniziare subito a leggere. Ho notato che in pochi secondi il cervello ricollega automaticamente i pezzi e la confusione svanisce. Solo in un paio di casi mi sono perso, quando mi aspettavo che la storia andasse avanti e invece la narrazione tornava indietrissimo nel tempo; lì sì che ho dovuto controllare titolo e data per riorientarmi e capire cosa stesse succedendo. Superato questo scoglio, però, l’intreccio diventa fondamentale per tenere viva l’attenzione e svelare i segreti poco a poco.
Ho trovato interessante che tutte le protagoniste, Aurora, Águeda, Ana e Alba, sono unite dall’iniziale ‘A’, creando una catena femminile ininterrotta che, pur nelle profonde differenze caratteriali e storiche, marchia la loro appartenenza alla stessa stirpe e linea di sangue. Ma ancora più affascinante è il dettaglio che lega la prima e l’ultima generazione della famiglia, ovvero il gioco speculare dei nomi Aurora e Alba. Come fa notare la stessa bisnonna alla pronipote verso la fine della sua vita, entrambi i nomi portano lo stesso significato: il momento in cui la luce rompe l’oscurità e spunta il sole. Questo legame non è casuale ma diventa il sigillo della loro eredità comune quando Alba sceglie di chiamare la sua fondazione per il sostegno alle vittime di violenza “La Alborada”, proprio perché racchiude in sé il significato di entrambi i loro nomi, unendo idealmente l’inizio e la fine della saga familiare. La fondazione rappresenta la trasformazione del trauma ereditario (il “sangue degli aggressori” su cui metaforicamente si fonda la loro storia) in uno spazio di luce e speranza per altre donne, chiudendo così un cerchio di dolore aperto ottant’anni prima.
Ovviamente anche se la scelta del nome Aurora per la bisnonna non era casuale ma strutturale (in modo da creare quel cerchio perfetto tra l’inizio e la fine della saga), a me, in quanto italiano leggerlo associato a una donna nata nei primi del Novecento (nel libro ha 16 anni nel 1938, quindi era nata nel 1922) mi ha fatto inizialmente strano. Ho cercato su internet e se in Italia Aurora ha avuto un boom di popolarità recente (è uno dei nomi simbolo della generazione nata dopo il 2000), in Spagna, e specificamente nel contesto rurale e minerario delle Asturie dove inizia la storia, era un nome tradizionale presente già all’inizio del Novecento, (pare che l’età media di chi si chiama Aurora è di circa 58 anni).
Un’ultima riflessione sulla struttura familiare: il fatto che nella storia si arrivi a conoscere la bisnonna è dovuto al fatto che, un tempo, si facevano figli in età molto giovane, accorciando la distanza tra le generazioni. Oggi, con la maternità che si sposta sempre più avanti, è diventato quasi impossibile avere la fortuna di conoscere la propria bisnonna come accade ad Alba.