Le ragazze della Singer - Discussione

Il ritardo di almeno un giorno è sintomatico :slight_smile:

Il libro a mio avviso è scritto bene e scorrevole, non ci sono grossi punti in cui la narrazione si arena diventando noiosa, il racconto di vita di queste 4 donne (più altre 3 che gli gravitano intorno) ripercorre più di 100 anni di storia spagnola, da Franco ai giorni nostri.

La cosa che accomuna queste donne è che tutte sono vittime di abusi, fisici, verbali e di potere, la figura più particolare è quella di Aurora, testimone poi della vita di tutte le altre, un personaggio che inizialmente risulta molto antipatico per via della sua anaffettività, del suo opportunismo, ma scavando a fondo poi si arriva a capire perché ha sempre vissuto così la sua vita, la figura che piu mi ha messo tristezza è stata quella di Agùeda, una bambina prima ed una donna poi che ha sempre cercato un affetto che nessuno le ha dato se non alla fine della sua vita, che si è sempre sentita fuori posto.

Mi fermo qui non perché non voglia continuare a parlare del libro ma perché potrebbe essere un libro su cui fare una bella discussione che non voglio ammazzare subito con 1000 righe

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La saga familiare raccontata nel romanzo ha tutti i pregi (pochi) e i difetti (tanti) di quel genere di storie. Senza l’omicidio iniziale dei due soldati lo sviluppo della trama sarebbe stato molto simile a uno dei tanti romanzi che raccontano le generazioni e le vite di persone “comuni”. Troppo spesso questo genere si distingue solo per l’ambientazione.
Per esempio si guardi la recente serie TV “Prima di noi” (su Raiplay) dove si racconta la storia di una famiglia friulana povera. Tutto inizia con l’omicidio di un soldato nemico e con un segreto che viene conservato fino alla fine. Vi ricorda qualcosa?
In romanzi del genere quello che fa la differenza è la capacità di chi scrive nel disegnare la personalità dei/delle protagonisti/e e nella descrizione delle dinamiche di relazioni che intercorrono tra i personaggi. Un altro paragone, anche se può sembrare impietoso, lo faccio con “L’amica geniale”, anche questa una saga che ha donne come protagoniste ma dove, a mio parere, i personaggi e le relazioni hanno un’altra qualità.
Il libro si legge senza problemi ma, nonostante la simpatia che si può provare per qualcuna di quelle donne, non ho trovato un personaggio memorabile tra quelle che lo animano.
Ho trovato un po’ stucchevole la parte finale. Uno stupro falangista all’inizio e uno stupro neo-nazista alla fine mi è sembrato più un modo (da manuale di scrittura) per chiudere il cerchio della narrazione che una dichiarazione politica contro la violenza sulle donne.
Quando leggo libri del genere poi mi chiedo, forse perché sono rimbambito, perché non apprezzo quello che ho letto. Sarà perché ho letto troppi libri e quindi le trame mi sembrano sempre le stesse? Oppure ho una antipatica tendenza a pretendere troppo dai libri che leggo?

Probabilmente entrambe le cose :wink:

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Devo essere sincero: inizialmente la scelta di questo libro non mi convinceva molto, soprattutto perché la mole di pagine mi sembrava impegnativa. Invece, una volta iniziato, mi ha letteralmente catturato e l’ho finito in una decina di giorni. Non griderei al capolavoro, ma è un romanzo che scorre bene, incuriosisce e tiene incollati alle pagine.
Non conosco approfonditamente la storia della Spagna e devo dire che sto imparando molto grazie alle proposte del nostro club (Dove nessuno ti troverà di Alicia Giménez-Bartlett e Come la vita di Paco Ignacio Taibo II). Ripercorrere quasi un secolo di storia spagnola, dalla guerra civile ai giorni nostri, attraverso gli occhi di queste quattro donne è stato affascinante. Avendolo letto in formato digitale, ho apprezzato molto la possibilità di evidenziare e cercare immediatamente i termini legati a feste, cibi, città e tradizioni spagnole, il che ha reso la lettura ancora più immersiva e agevole.
La vera protagonista silenziosa è la Singer, quella macchina da cucire che anche qui da noi è facile aver visto almeno una volta a casa di qualche nonna o in qualche paesino. Qui l’autrice la usa come “collante generazionale” tra Aurora, Agueda, Ana e Alba. È lo strumento che cuce insieme le loro vite, ma è anche custode di un terribile segreto legato alla bisnonna Aurora, un segreto che diventa simbolo di riscatto ma anche di un peso da portare,.
Il romanzo racconta la storia dal punto di vista femminile, mettendo in luce privazioni e maltrattamenti che, fino a pochi decenni fa, erano normalizzati o accettati con rassegnazione “perché così si era sempre fatto”. È impressionante vedere come certi comportamenti, oggi inaccettabili, fossero compiuti anche da persone in buona fede, vittime della mentalità del tempo.
Un aspetto particolare che non si può non notare è la struttura temporale: la storia non segue una linea dritta, ma salta continuamente avanti e indietro nel tempo, spaziando dagli anni Venti fino ai giorni nostri (2022) e alternando le voci delle diverse protagoniste. Anche se all’inizio seguire questi intrecci non sequenziali può sembrare una sfida, ho trovato che questo meccanismo sia fondamentale per tenere viva l’attenzione. È come comporre un puzzle in cui i segreti del passato vengono svelati poco a poco per dare senso al presente, rendendo la storia molto più completa e “rotonda” alla fine.
Ho letto recensioni di lettori che trovavano questi continui salti pesanti o che faticavano a capire chi stesse parlando. Tuttavia, il segreto è stato non soffermarsi troppo sull’intestazione del capitolo, che indica nome e anno, ed iniziare subito a leggere. Ho notato che in pochi secondi il cervello ricollega automaticamente i pezzi e la confusione svanisce. Solo in un paio di casi mi sono perso, quando mi aspettavo che la storia andasse avanti e invece la narrazione tornava indietrissimo nel tempo; lì sì che ho dovuto controllare titolo e data per riorientarmi e capire cosa stesse succedendo. Superato questo scoglio, però, l’intreccio diventa fondamentale per tenere viva l’attenzione e svelare i segreti poco a poco.
Ho trovato interessante che tutte le protagoniste, Aurora, Águeda, Ana e Alba, sono unite dall’iniziale ‘A’, creando una catena femminile ininterrotta che, pur nelle profonde differenze caratteriali e storiche, marchia la loro appartenenza alla stessa stirpe e linea di sangue. Ma ancora più affascinante è il dettaglio che lega la prima e l’ultima generazione della famiglia, ovvero il gioco speculare dei nomi Aurora e Alba. Come fa notare la stessa bisnonna alla pronipote verso la fine della sua vita, entrambi i nomi portano lo stesso significato: il momento in cui la luce rompe l’oscurità e spunta il sole. Questo legame non è casuale ma diventa il sigillo della loro eredità comune quando Alba sceglie di chiamare la sua fondazione per il sostegno alle vittime di violenza “La Alborada”, proprio perché racchiude in sé il significato di entrambi i loro nomi, unendo idealmente l’inizio e la fine della saga familiare. La fondazione rappresenta la trasformazione del trauma ereditario (il “sangue degli aggressori” su cui metaforicamente si fonda la loro storia) in uno spazio di luce e speranza per altre donne, chiudendo così un cerchio di dolore aperto ottant’anni prima.
Ovviamente anche se la scelta del nome Aurora per la bisnonna non era casuale ma strutturale (in modo da creare quel cerchio perfetto tra l’inizio e la fine della saga), a me, in quanto italiano leggerlo associato a una donna nata nei primi del Novecento (nel libro ha 16 anni nel 1938, quindi era nata nel 1922) mi ha fatto inizialmente strano. Ho cercato su internet e se in Italia Aurora ha avuto un boom di popolarità recente (è uno dei nomi simbolo della generazione nata dopo il 2000), in Spagna, e specificamente nel contesto rurale e minerario delle Asturie dove inizia la storia, era un nome tradizionale presente già all’inizio del Novecento, (pare che l’età media di chi si chiama Aurora è di circa 58 anni).
Un’ultima riflessione sulla struttura familiare: il fatto che nella storia si arrivi a conoscere la bisnonna è dovuto al fatto che, un tempo, si facevano figli in età molto giovane, accorciando la distanza tra le generazioni. Oggi, con la maternità che si sposta sempre più avanti, è diventato quasi impossibile avere la fortuna di conoscere la propria bisnonna come accade ad Alba.

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Al di la del facile espediente di chiusura circolare con la violenza di apertura e chiusura io l’ho trovata anche indice del fatto che qualsiasi generazione di donne della famiglia ha subito violenza e abusi, e l’affezione della bisnonna verso la nipote l’ho vista come inizialmente un aprirsi di Aurora verso Alba che non avrebbe mai potuto provare il dolore e l’umiliazione che hanno provato le altre donne della famiglia perché inserita in un contesto più moderno, sicuramente agiato e sicuro, la violenza poi avviene nel paese dove anche l’altra violenza è stata perpetrata seppur quasi 90 anni dopo. Io ho trovato il libro appassionante, nel senso che è facile leggerlo e ci si trova ad avere curiosità su quello che succederà rendendo le sessioni di lettura anche troppo lunghe :smiley:

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Due cose che mi sono venute in mente leggendo quello che ha scritto @levysoft

Conosco abbastanza la storia spagnola da sapere, cosa che forse non è conosiuta da chi legge che i minatori delle Asturie fanno, o facevano, parte della mitologia della classe operaia spagnola. Venivano considerati i lavoratori più combattivi dal punto di vista politico e sindacale, anche se nel libro non viene esplicitato. Se non ricordo male però nel testo viene citata la rivolta del 1934 ma solo di sfuggita. Vedi Revolución de Asturias de 1934 - Wikipedia, la enciclopedia libre

La seconda cosa riguarda i nomi. Statistiche a parte, nei primi anni del ‘900 nomi come “Alba” e “Aurora” erano dati soprattutto da genitori socialisti o anarchici alle loro figlie. Il riferimento è al sorgere del “sol de l’avvenir”, un classico dell’iconografia di quegli anni.

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Interessante: io ho mia figlia che si chiama Aurora… ma il riferimento era solo il fenomeno celeste :grinning_face: In effetti la mia ricerca sul nome Aurora era dettato appunto da interessi personali. :innocent:

Aurora e Alba sono, secondo il mio modesto parere, due bellissimi nomi. Complimenti per la scelta.

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Ragazzə scusate i ritardi ma sto periodo è piuttosto delirante! Avete analizzato già in modo dettagliato ogni aspetto di questo libro che ha colpito anche me. Come avevo detto al momento della proposta l’ho scelto perché mi aveva incuriosito il titolo e la breve trama dal catalogo della biblioteca e anche perché sentivo il bisogno di una lettura che non finisse di prosciugarmi i neuroni (già piuttosto provati dagli eventi della vita)! E così è stato, una lettura piacevole anche se all’inizio un po’ ingarbugliata per i salti avanti e indietro nel tempo, ma solo perché si hanno pochi elementi per ricollegarsi ai vari eventi, man mano che aumentavano le informazioni è stato più semplice seguire il filo. La rabbia e il senso di impotenza per tutti gli eventi negativi subiti dai vari personaggi sono state le emozioni che ho sentito maggiormente durante la lettura, ma anche i contrasti e i forti legami tra le 4 protagoniste, le loro incomprensioni, i segreti, la complicità mi hanno toccata abbastanza nel profondo perché ho avuto/ho anch’io un legame molto forte con le donne della mia famiglia.

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Ormai sempre con estremo ritardo, ho appena finito di leggere il libro. É stata una lettura lunga, ma non per la storia in sé, ma solo perché le vicende di questo periodo mi hanno impedito di dedicarmi alla lettura quanto avrei voluto. A me il libro è piaciuto, ma c’è da dire che il mio approccio ai libri di storia familiare è sempre lo stesso, all’inizio pensare di leggere una storia di famiglia non mi cattura più di tanto, sensazione che viene subito annullata appena entro nella storia. Come già detto l’unica difficoltà che ho riscontrato, peraltro solo inizialmente, sono i salti temporali, però anch’io penso siano estremamente funzionali alla struttura del libro. La non linearità ti obbliga in qualche modo a tenere alta l’attenzione. La prima cosa che mi viene in mente, ora che l’ho finito, è che un po’ mi ha ricordato La casa degli spiriti di Isabel Allende, anche in quel caso c’è la storia di una famiglia che si dispiega grazie alla narrazione della vita delle donne, e sebbene lo stile e il periodo storico, nonché l’ambientazione, siano molto differenti, ho sentito la stessa sensazione che mi ha presa in quel caso. Personalmente mi piace addentrarmi nelle dinamiche familiari, svelarne i segreti e seguire lo sviluppo dei personaggi, mi da la misura del tempo che passa, della circolarità di alcune situazioni, e di quanto alla fine anche la vita più particolare sia in fondo una vita comune, che si svolge in maniera eccezionale grazie, o spesso a causa, di circostanze eccezionali. Vivere in tempo di guerra e di post guerra è qualcosa che la mia generazione ha conosciuto per fortuna solo nei racconti dei nonni, o dei bisnonni per chi ha la fortuna di conoscerli. Io h conosciuto la mia bisnonna, e anche se ricordo poco delle cose che mi raccontava (ero abbastanza piccola quando morì), ricordo bene la sua immagine, una donna di un’altra epoca, nel vestirsi e nel comportarsi, e un po’ impertinente. Tornando al parallelismo con Allende, anche in quel caso c’è una circolarità nei nomi delle donne, Clara, Blanca e Alba; qui invece Aurora, Águeda, Ana e Alba, il primo e l’ultimo con i significati che avete già detto, quattro generazioni che alla fin fine non fanno altro che difendersi. La cosa che ho trovato interessante è il fatto che la madre di Aurora si chiami Olvido, che viene dal verbo olvidar, dimenticare in spagnolo, e quindi letteralmente significa oblio, dimenticanza, e fa un po’ da contraltare all’ultima generazione narrata, che fa invece della memoria una forza. Un’ultima cosa e poi basta, lo so che è banale, dato che il libro è tutto incentrato sulla violenza subita dalle donne, ma mi sconcerta sempre vedere come le donne siano sempre state viste come prede sessuali, e di questo si ha la misura spietata quando Olvido dice ad Aurora di mettersi una fascia stretta sul petto appena ha la prima mestruazione a 11 anni, perché era molto meglio che gli uomini non si accorgessero di lei, che passasse ancora come una bambina, ciò che in effetti era, per evitare che la violentassero. Si assumeva la possibilità come un dato di fatto e non un evento eccezionale.

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Anche io sono rimasto molto colpito da questo passaggio, come se fosse una cosa normale, e spesso è proprio la normalità a fare più paura: una regola silenziosa che tutti danno per scontata, come se crescere non significasse scoprire il proprio corpo, ma imparare a nasconderlo. Invece di proteggere una bambina cambiando il mondo intorno a lei, la madre, inconsapevolmente arresa a quel mondo crudele, la addestra a rimpicciolirsi, a sparire, a non farsi notare. Aurora non viene preparata alla vita, viene preparata alla paura, e la responsabilità finisce per ricadere su di lei.

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Sì, tra l’altro questa tendenza al nascondere c’era ancora, da parte di mia nonna (siciliana) quando io ero ragazzina, avere le mestruazioni era qualcosa da nascondere, da dire al massimo alle zie, ma non per esempio alla parte maschile della famiglia. Sono retaggi che ancora oggi ci portiamo dietro, modificare la nostra stessa natura, nasconderci, sparire, per non essere uno “scandalo” o una tentazione.

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